Orto Bio
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Vangare e zappare fa rima con non sprecare e non inquinare.

Il 2020 è stato sicuramente un anno particolare.

Il primo lock-down ha costretto la maggioranza delle persone a muoversi meno, imparare a rispettare routine e ad acquisire abitudini per evitare il diffondersi del contagio dovuto dal proliferare del virus Sars-cov2 (o covid 19) e a fronteggiare un carico di solitudine anomalo.

Ora siamo a febbraio 2021 e queste imposizioni non sono cambiate più di tanto.

Il lock-down dell’inverno/primavera 2020 è stato superato ma molte restrizioni rimangono in quanto i numeri dei contagiati scendono a un ritmo troppo lento. Per me, che comunque non temo la solitudine e l’introspezione, è stata un’ottima occasione per dedicarmi a un piccolo hobby che da tempo accarezzavo.

Di fianco alla piantumazione di essenze ad alto fusto (querce, meli selvatici, frassini, olmi, aceri siepi per uccelli insettivori e qualche albero da frutto) ho iniziato a tenere un piccolo orto. Un orto selvaggio mi piace chiamarlo perché la mia intenzione è cercare di associare la produzione di cibo alla naturalità di ciò che c’è attorno al lembo di terra da lavorare.

Esempio di “Food forest” (immagine di Italiachecambia.org)

C’è forse modo migliore di passare il tempo all’aria aperta in sicurezza, quindi soli, mentre il mondo è stretto nella morsa dell’isolamento forzato? E, soprattutto: è questo un modo per sentirsi utili non solo verso se stessi ma nei confronti del mondo intero?

Secondo me sì e vi spiego il perché.

Illustrazione 1: Vincent VanGogh "Contadini con bambina"

I cambiamenti climatici sono ormai, e purtroppo, una triste realtà che noi tutti abbiamo, chi più chi meno, contribuito a creare. Senza stare a cercare chi è il più colpevole ci sono cose che i comuni cittadini possono fare per contribuire a rendere meno impattante la pressione antropica sull’ecosistema. E uno di questi è proprio il lavorare la terra.

Intendo: lavorarla con il sudore della fronte e con metodi che richiedono una certa fatica fisica.

Altrimenti non vale!!

O vale meno. Innegabili e ben riconoscibili sono i danni ambientali che l’agricoltura intensiva, ha portato nei decenni al territorio.Non solo il nostro. Il primo suggerimento che mi sento di dare per chi abbia voglia di farsi un orto casalingo è prepararsi per tempo. Per chi ha la possibilità di avere un pezzo di terra significa iniziare a preparare il terreno tra dicembre e gennaio, spingendosi fino a tutto febbraio.

Vantaggi? L’erba rimane attaccata alla zolla che, una volta rivoltata, viene sotterrata. Rimanendo lì tutto l’inverno marcirà donando sostanza organica al terreno. Senza diserbi non si uccidono quegli organismi, come i lombrichi, utilissimi per rendere il terreno fertile, e non si uccidono quelle larve di insetti che svernano nel terreno.

Alcune, come le larve di Cetonia aurata (il maggiolino dal colore verde metallico per intenderci) sono utilissime perché svolgono la stessa funzione del lombrico. Con il loro masticare e la loro digestione migliorano la grana del terreno e accelerano la decomposizione dei detriti organici presenti nella terra.

Rivoltando gli scarti organici che getto nella compostiera le ho trovate anche lì.

Cetonia aurata. Adulto.

Diserbanti sì, diserbanti no.

Ci sono svantaggi nel non usare diserbanti? E ci sono vantaggi nell’usarli?

Questa è una domanda retorica perché, in effetti, gli effetti positivi e negativi sussistono in entrambi i due aspetti.

Il diserbo ci aiuta a tenere meglio sotto controllo le “erbe infestanti”, ci aiuta nel lavoro di vanga in quanto ci risparmia fatica supplementare ma, a lungo andare, sconvolgerà il micro-habitat del pezzo di terra che decidiamo di lavorare. Non solo gli organismi meno noti e nascosti verranno a mancare, ma anche farfalle, api e coccinelle subiranno le conseguenze dell’avvelenamento. Il portare avanti un orto per il semplice sostentamento familiare dovrebbe essere, a mio parere, una attività che rifugga i canoni del consumismo, tra cui, quindi, l’iper produzione immacolata o l’orticello lindo e perfettino.

Il non usare prodotti chimici è, per me, una sorta di “filosofia del lasciar andare”, nel senso che si dovrebbero apportare solo le cure e le attività necessarie, prettamente manuali, per portare a termine produzioni di frutti e verdure consumabili (e non troppo consumati) ma in equilibrio con l’habitat. Un’attività che consenta anche un certo grado di contemplazione affinchè si possa imparare o si venga incuriositi da ciò che ci circonda. Un “lasciar andare” che apporta anche un certo grado di benessere psico-fisico se ci si pensa bene.

Personalmente ho notato come ogni organismo vivente abbia al mondo un altro organismo suo antagonista. Non ho mai avvelenato nulla di ciò che coltivo e, sempre, gli attacchi che le mie piante hanno subito, si sono risolti al meglio. A fronte di qualche frutto o di un pò di verdure troppo rovinate per poter essere consumate (e che finiscono nel compost) alla fine c’era di che esser soddisfatti. Come arrivavano gli insetti nocivi (di solito cimici sui pomodori e le melanzane) dopo pochi giorni l’attacco era finito e, sulle verdure, circolavano sopratutto coccinelle o mantidi religiose. Anche i miei vasi pieni di menta hanno aiutato. La menta è una barriera naturale contro questi insetti.

Il diserbo manuale è certamente meno efficace in quanto a pulizia o sgombro del terreno, è più laborioso ma non è dannoso. Non crea squilibri se non nella quantità di acido lattico nei nostri muscoli. Per un buon diserbo manuale, consiglio l’eliminazione degli apparati radicali che vengono portati in superficie dalla vanga.

Come? Rimuovendo manualmente gli apparati radicali stessi! Una sorta di “cherry picking” ma in ginocchio!

Il vangare più volte la parte di terra che si vuole destinare ad orto – quest’anno l’ho già fatto 4 volte prima di marzo – dà quindi l’opportunità di migliorare la grana del terreno e di tenere sotto controllo le erbacce che nel periodo invernale sono dormienti e quindi più “facili” da gestire.Se si intende mantenere un orto abbastanza pulito e che non dia troppo da fare durante la bella stagione consiglio, dopo aver reso ben sminuzzata la terra a colpi di zappa, di stendere dei teli per pacciamatura.

Pacciamatura convenzionale (immagine ebay.it)

Ne esistono di diversi tipi ma, generalmente, si usano quelli neri in plastica che spesso si vedono associati nella coltivazione della fragola o del melone. Sono efficaci perché tengono bassa l’erba indesiderata e riscaldano il terreno. Considerato che i terreni alluvionali della bassa sono profondi e freddi è un bene in quanto si crea un microclima ideale per lo sviluppo delle radici delle nostre piantine che troveranno una temperatura un po’ più alta della media. Inoltre la traspirazione costringerà l’umidità che sale dal terreno a ri-condensarsi in goccioline d’acqua che ritorneranno al suolo.

Da tempo si sono imposti anche i teli per pacciamatura biodegradabili. Sono a base di juta e sortiscono effetti simili a quelli del telo in plastica con il vantaggio che possono essere lasciati nel terreno a donare nuova materia organica una volta che l’orto sia giunto a “fine vita”.

Simone Balboni

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