Il mito di Re quercia e Re agrifoglio
Il mito di Re quercia e Re agrifoglio

Il mito di Re quercia e Re agrifoglio

Così come esistono favole e miti sul mondo animale ( questo è un breve e incompleto esempio https://www.divulgatura.it/ecologia-e-zoologia/la-lepre-nellimmaginario/ ) anche il mondo vegetale possiede le proprie storie.

L’uomo, durante la sua storia evolutiva e mano a mano che i punti di vista, le superstizioni , l’acquisizione di conoscenze o i valori etici cambiavano – ahimè non sempre in meglio pensando al punto al quale siamo arrivati ora – ha creato racconti e saghe aventi scopi diversi, talvolta con intenti etico-morali (vedi le “Favole” di Esopo), talvolta con l’intento di raccontare la società del tempo nei vari aspetti della vita quotidiana o, addirittura, in quegli aspetti esecrabili – o assurti a questo ruolo oggigiorno – per tentare non solo una semplice cronistoria ma anche di educare/mettere in guardia chi avrebbe ascoltato o letto (vedi per esempio il video del Prof. Barbero che tratta di omicidio e vendetta https://www.youtube.com/watch?v=VaePf0aUv-8&t=3528s )

L’argomento, ovviamente è molto ampio perciò, per non perdere altro tempo, in questo articolo vorrei parlare dell’argomento del titolo. Il mito di Re quercia e Re agrifoglio.

Foto 1 di Mammiya from Pixabay Foto 2 di MabelAmber from Pixabay

Quercia e Agrifoglio

Essenza arborea, la quercia (genere Quercus), alla quale appartengono diverse specie, era comunissima in quel tempo in cui la pianura Padana era un unico estesissimo bosco. Oggi la si può ancora rintracciare ai lati dei campi o dei fossi. Talvolta anche ai lati delle strade o in giardini privati e parchi. Pianta conosciuta per la sua imponenza e rigogliosa forza,è da sempre accostata con un effetto di traslazione da albero a uomo, alla forza fisica e alla saldezza caratteriale. In effetti è un albero che si accontenta di non troppa acqua, dal legno compatto e pesante e capace di crescere fino ai 1200 metri di altitudine.

L’agrifoglio ( Ilex aquifolium) è un’essenza arbustiva ma anche arborea. Capace di raggiungere i 10 metri di altezza, è un sempreverde che colonizza l’ambiente montano ma conosciuto anche in pianura. Non fosse altro perché è considerato come una delle ” piante del Natale”.

Legato al ciclo delle stagioni e, quindi, dei raccolti e degli equilibri tra luce ed oscurità così come li intendevano gli antichi popoli che abitavano l’Europa e certo anche l’Italia – si pensi, per esempio alle tribù celte dei Galli Boi in Emilia, dei Senoni in Romagna e Marche fino a Senigallia o ancora ai Taurini dislocati nell’attuale provincia torinese o, ancora, ai longobardi – il mito narra di una “battaglia” tra queste due piante. Più che di vera e propria battaglia, si potrebbe parlare di cambio di mano o di alternanza nel dominio delle stagioni tra Quercia e Agrifoglio.

Il primo re (Quercia) prende il sopravvento su Re Agrifoglio dal solstizio di inverno (21-22 dicembre) fino al solstizio d’estate (21-22giugno). In questo momento, l’allungarsi delle ore di buio e l’accorciarsi delle ore di luce decreterà il risveglio di re Agrifoglio e la deposizione di re Quercia.

La quercia era uno dei tanti alberi sacri della tradizione celtica. Espressione della bella stagione e del risveglio del mondo vegetale ed animale. Quindi espressione della Vita e della Luce. Dai druidi era tenuto in gran conto anche il vischio che vi cresceva sopra. Pianta ritenuta beneaugurale e magica, veniva raccolto dai rami dell’ospite con un falcetto in oro – dove l’oro è simbolo del sole e della luce- solo in determinate ore della giornata. Così tagliato, il vischio veniva poi usato per addobbare ingressi oppure bruciato seguendo particolari riti. Questa è una tradizione giunta fino a noi con ben poche modifiche, basti pensare ai baci sotto il vischio.

“I popoli antichi, così come i druidi, consideravano il vischio una pianta sacra perchè capace di rimanere verde e le sue bacche rimangono per tutta la durata dell’inverno, quando le altre piante sembrano morte. I druidi tagliavano i rami di vischio con un falcetto d’oro e facevano in modo che i rami così tagliati non toccassero mai terra. Si credeve che la pianta avesse il potere di curare la sterilità, le malattie nervose e di tenere alla larga il maligno.”

Da solstizio a solstizio.

Se Re Quercia domina, idealmente, a partire dal solstizio d’inverno, giorno che decreta l’arrivo del tempo in cui la luce, appunto, si riappropria del suo spazio rendendo le ore di chiarore un pò più lunghe, Re Agrifoglio riprende il suo scettro al solstizio d’estate (21-22 giugno) e quindi domina nuovamente fino al prossimo solstizio d’inverno fino a quando, in questo ciclo eterno di Luce/Buio, Vita/Morte, Attività/Riposo, non ritornerà Re Quercia a reclamare il trono.

Come è nato e come si è sviluppato questo mito? È molto probabile che tutto derivi dalle osservazioni che gli antichi dedicavano al movimento del sole lungo la volta celeste e del conseguente riposo/risveglio della natura. Comprendendo quale era il “meccanismo” delle stagioni, essi potevano dedicarsi con più efficacia anche al lavoro negli appezzamenti. Campi coltivati che, insieme ad altre attività, davano loro sussistenza e sostentamento. Allo stesso modo, quando il tempo veniva, si celebrava il riposo e la quiete dovuta al buio e all’inverno con una certa sacralità. Basti pensare al culto dei morti che nei secoli è rimasto, sotto diverse forme e con rituali anche pesantemente modificati dall’avvento del cristianesimo, arrivando fino ai giorni nostri.

In realtà, durante tutto il periodo dell’anno vi erano momenti sacri. Momenti dove si riteneva che le porte tra i due mondi, quello tangibile e quello intangibile, si socchiudevano mettendo in comunicazione i vivi con i numi tutelari del luogo; con le divinità e, di nuovo, con gli spiriti dei trapassati.

Questa leggenda è legata soprattutto alla tradizione del Natale. Festività che poi si è evoluta così come viene celebrata nella maggior parte del mondo cristiano. L’agrifoglio, poi, è espressione di quello che per noi occidentali è ora l’albero di natale illuminato a festa. Si narra che in Gran Bretagna, in particolare in alcune isole appartenenti all’Inghilterra, è ancora usanza non toccare l’agrifoglio al momento della potatura delle siepi. Quindi è un arbusto che viene tenuto in gran conto. È molto probabile che anche le sue bacche rosse, che maturano in autunno e rimangono sulla pianta per tutto l’inverno, siano assurte a simbolo di quel risveglio e di quella promessa che si sarebbe espletata, nuovamente, alla successiva primavera. Nonostante i rami di agrifoglio vengano ancora impiegati come decoro nelle case (così come facevano tra l’altro gli antichi romani durante i Saturnali) pare che l’abete si sia affiancato l’agrifoglio nelle celebrazioni natalizie a causa di un’episodio che vede il santo Bonifacio protagonista di un prodigio che portò alla conversione i pagani germanici (circa 724 DC). In questa narrazione c’è di nuovo la quercia, albero utilizzato dai germani per riti sacrificali (in alcuni scritti si dice di infanti ma la cosa è tutta da dimostrare), che viene abbattuta con una scure (altri scrivono che fu un fortissimo vento divino ad abbatterla) da Bonifacio. L’albero, spezzandosi in quattro parti, rende visibili agli astanti un piccolo albero di abete che era nascosto dietro il tronco massiccio. Il santo ordinerà ai pagani che quel piccolo figlio della foresta diventi il nuovo albero sacro da addobbare a festa nelle proprie case e non nel folto del bosco. Investe di sacralità il legno dell’abete in quanto le case dei germani erano costruite di tronchi di quell’essenza (furbo Bonifacio) e metterà al bando i sacrifici sanguinari e superstiziosi fino ad allora avvenuti ai pedi delle quercie. Da allora l’abete, adornato con candele accese, simbolo dello spirito santo diverrà il simbolo della festività.

San Bonifacio nell’intento d’abbattere la quercia, albero sacro e ara sacrificale per i popoli germanici. (Foto: Vistanet.it)

Abbiamo visto come gli alberi, soprattutto i sempreverdi, siano ricorrenti nella celebrazione del natale a guisa cristiana e dello Yule (o Jol) pre cristiano. Altro elemento archetipico che accomuna queste due festività solo apparentemente diverse è il fuoco. il fuoco è calore e luce, simbolo del vigore e, nel caso del solstizio d’inverno, simbolo del Sole Bambino (per gli antichi romani Sol Invictus, “Il Sole invitto”). Il 21 dicembre il sole è al suo minimo fulgore e alla sua minima potenza. L’anno e la nostra stella principale sono “morenti” ma, nonostante tutto, stanno morendo per rinascere. Ecco la ruota dell’anno (in norreno Hjòl significa proprio “ruota”) che riprende a ruotare verso l’apogeo della vita. Ed ecco che il re Agrifoglio cede il passo, di nuovo, al re Quercia perché è giunto, come sempre e in eterno, il momento della rinascita.

Il cerchio si è così chiuso e si è riaperto.

Il cerchio era il simbolo della ciclicità del tempo. Il tempo lineare, quello che in età moderna ha scalzato il vecchio modo di concepire lo scorrere dell’anno, non era preso minimamente in considerazione. Ed è chiaro che il punto di vista più azzeccato fosse quello antico. (Foto di Witchgarden from Pixabay)

Nelle regioni della Pianura Padana molti di questi riti e simboli erano presenti nei festeggiamenti. In particolar modo quando la società era composta prevalentemente da agricoltori. I falò accesi nei campi, il “ciocco di natale” o ceppo, che avrebbe dovuto bruciare nel camino per 12 giorni e 12 notti, dal 21 dicembre al 6 gennaio le offerte in cibo lasciate la notte del 24 dicembre sulla tavola (così come venivano lasciate per le anime dei santi nella notte tra il 31 ottobre e il primo di novembre) erano tutti riti apotropaici, di buon augurio e ricolmi di speranza per un anno abbondante in tutti i sensi.

Per chi volesse saperne di più, consiglio la lettura del libro di Eraldo Baldini “I giorni del sacro e del magico” (Editrice Il ponte vecchio) e, sempre di Baldini in collaborazione con Giuseppe Bellosi “Tenebroso Natale”- il lato oscuro della grande festa- (Editore Laterza).

Simone Balboni

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