ECO-ANSIA: la nuova forma di ansia legata al cambiamento climatico
ECO-ANSIA: la nuova forma di ansia legata al cambiamento climatico

ECO-ANSIA: la nuova forma di ansia legata al cambiamento climatico

Generazioni in contrapposizione, tra chi si sente impotente e chi invece ignora le conseguenze per il nostro pianeta

La paura legata all’incertezza del destino del pianeta, ha finalmente uno spazio nella cartella clinica dei nostri dottori: l’ansia climatica, così è stata chiamata, viene ora posta al centro di studi e dibattiti.

Gli ormai sempre più numerosi eventi catastrofici che si susseguono sul nostro pianeta, non hanno solo conseguenze disastrose sulla salute fisica della Terra, ma hanno anche effetti diretti e indiretti su numerosi altri ambiti, tra cui la nostra salute mentale.

L’eco-ansia viene definita dalla psicologia, come il disturbo legato alla paura cronica della rovina ambientale. Questa sindrome, secondo gli psicologi, affronta due dimensioni principali: la preoccupazione di una catastrofe naturale imminente, alla quale si aggiunge una generale sensazione d’ansia causata dalle condizioni socio-ambientali del nostro pianeta. Sempre secondo gli studiosi, a soffrirne maggiormente sarebbero la generazione dei giovani, la cosiddetta generazione Z che coinvolge i ragazzi nati tra il 1995 e il 2010, la quale deve affrontare in prima linea la lotta ai cambiamenti climatici.

Un recente studio che verrà pubblicato sull’autorevole rivista The Lancet, ha sottoposto 10.000 ragazzi compresi tra i 16 e i 25 anni di 10 diversi paesi del mondo ad un questionario, per capire come percepiscono il cambiamento climatico e le risposte dei governi a questo problema planetario. Se pur il questionario sia un metodo di indagine qualitativa, il risultato del sondaggio deve essere un campanello di allarme per quanto riguarda la salute psicologica dei giovani e deve stimolarci a impostare un corretto dibattito fra generazioni diverse per trovare la soluzione migliore circa la salute del nostro pianeta.

Quasi il 60% degli intervistati si è dichiarato preoccupato o estremamente preoccupato rispetto al cambiamento climatico, mentre più del 50% dei ragazzi si sente triste, ansioso, arrabbiato, impotente, indifeso e colpevole per la situazione che stiamo vivendo. Oltre il 45% dei bambini e dei ragazzi intervistati, ha inoltre affermato che le personali paure nei confronti della crisi ecologica che stiamo vivendo abbia già influenzato la propria vita quotidiana, spingendoli ad avere pensieri negativi nonché sfiducia e un senso di tradimento verso i governi che sono chiamati ad agire contro questa catastrofe.

Le risposte evidenziano quindi un drammatico trend in aumento di sentimenti come frustrazione e delusione da parte dei giovani, che non trovano risposte adeguate da parte dei governi ad un problema che invece viene percepito con estrema preoccupazione da questa generazione.

Un altro studio pubblicato su Climatic Change ha intervistato più di 600 americani di età compresa tra i 29 e i 45 anni, indagando le preoccupazioni eco-riproduttive, ovvero come il cambiamento climatico stia influenzando le scelte riproduttive della nostra generazione. Il 60% degli intervistati si è dichiarato veramente preoccupato riguardo l’impronta ecologica causata dal procreare, ma dato ancora più significativo è che il 96,5% si dichiara estremamente preoccupato per il benessere dei propri figli esistenti, attesi o ipotetici, causata dall’incertezza del futuro del pianeta in cui questi bambini cresceranno. Ancora una volta, gli intervistati più giovani si sono mostrati maggiormente preoccupati riguardo al futuro del nostro pianeta, rispetto agli intervistati più anziani.

Uno studio pubblicato da Environmental Research Letters denuncia in uno dei titoli dei propri studi, come ci siano dei grandi gap a livello educativo e governativo, nelle misure personali che possano mitigare l’impatto climatico. Di fatti, dopo una revisione di 39 articoli, risulta che “avere meno figli” sia di gran lunga il comportamento ecologico più efficace per ridurre la propria impronta ecologica (in un paese sviluppato un figlio produce circa 59 tonnellate di CO2 all’anno), seguito dal limitare al minimo l’uso dell’automobile e di aerei e avere una dieta basata strettamente sulle risorse vegetali.

Dalla revisione di questi studi sembra emergere una correlazione tra la preoccupazione di bambini e giovani ad affrontare un futuro incerto, condizionato da un cambiamento climatico che sembra ormai inarrestabile, unita alla consapevolezza legata ai rischi ecologici causati dalla procreazione e alla inadeguata attenzione che i governi stanno ponendo su questi temi.

Da questi articoli sembrerebbe emergere invece, come le generazioni più adulte non sembrino del tutto consapevoli o abbastanza preoccupate a fermare la catastrofe che si sta concretizzando nel nostro futuro. Dietro questa percezione ci sono sicuramente motivi psicologici e culturali ma anche politici ed economici, molto più grandi di qualsiasi evidenza scientifica. Pensiamo solo che nel 2020 l’industria dei combustibili fossili ha ottenuto sussidi governativi per un valore di 5,9 mila miliardi di dollari, a fronte di un Pil globale dello stesso anno di circa 84,5 mila miliardi di dollari. Risulta quindi chiaro che i governi stiano finanziando il nostro stesso suicidio collettivo, regalando sussidi all’industria che più di tutte sta distruggendo il nostro pianeta.

Fonti:

Eleonora Tomasini

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