Pale eoliche

Pale eoliche: il retro medaglia dell’energia sostenibile

L’uomo ha, fin dall’inizio dei tempi, saputo osservare ciò che la natura ha creato attorno a sé ed a sfruttare le forme di energia disponibili a proprio vantaggio. Basti pensare ai primi mulini che utilizzavano la forza dell’acqua per macinare il grano da cui ricavare poi la farina, o alla forza dei buoi che venivano usati per trainare pesanti attrezzature agricole, il vento infine aiutava i primi navigatori a spostarsi per lunghi tratti di mare soffiando su enormi vele.

L’uomo si è poi evoluto, imparando a sfruttare un altro tipo di energia, derivante dalla combustione del carbone fossile. Questo ha innescato il fenomeno del riscaldamento globale e tutte le sue conseguenze, con le quali ci troviamo ora a dover combattere per evitare di distruggere ulteriormente il nostro pianeta. L’abbandono dei combustibili fossili, che piaccia o no, è ormai una scelta forzata, urge quindi trovare tecnologie alternative per produrre energia elettrica. Nel cercare ulteriori metodi per generare energia, specialmente al crescere della richiesta mondiale, dovuto ad un incremento sempre più massiccio della popolazione, si sta tornando a pensare di sfruttare in modo sostenibile ciò che già la natura ci offre, come il sole, tramite utilizzo di pannelli fotovoltaici, ed il vento. Da qualche anno vediamo ergersi queste gigantesche opere di ingegneria elettrica sia sulla terraferma, che sul mare; mastodontiche pale bianche che producono energia elettrica sfruttando semplicemente la forza del vento le cui punte raggiunto anche i 300km/h. Per questo l’energia ricavata dalle pale eoliche viene chiamata “energia pulita”, ed è sicuramente un segno positivo di cambiamento e transizione verso un mondo più sostenibile.

Impianti fotovoltaici ed eolici. Foto: Hpgruesen

Tuttavia, sebbene numerosi studi, tra cui quello del World Watch Istitute del 2015, in cui si dichiara che i soli venti di terraferma, se sfruttati sistematicamente possano fornire energia addirittura in eccesso rispetto al fabbisogno, bisogna tenere come al solito conto anche degli impatti negativi che hanno questi impianti.

Oltre ad un ulteriore consumo di suolo per costruire gli impianti e tutte le infrastrutture ad esse collegate (strade, edifici, linee elettriche, ecc.) è fatto poco noto che le turbine eoliche, così come sono progettate, siano purtroppo disastrose per alcune specie di uccelli, specialmente sui rapaci e mammiferi come i pipistrelli. Animali già fortemente minacciati per una serie di altre cause antropiche.

Biancone (Circaetus gallicus). Foto: Gilbertenson

Gli uccelli, ricordiamolo, non sono solo un mero valore estetico aggiunto al nostro pianeta, ma sono importantissimi regolatori degli ecosistemi: i rapaci, per esempio, sono fondamentali controllori delle popolazioni di roditori, gli avvoltoi sono eccellenti organismi spazzini, in grado di far sparire le carcasse di altri animali prima che si possano diffondere alcune malattie infettive, senza contare tutti gli uccelli che sono di vitale importanza per la dispersione di semi anche molto lontani rispetto alla pianta madre.

Nonostante la direttiva UE 85/337/EEC (Valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici o privati) e l’incremento dell’interesse generale per la tutela e conservazione della fauna selvatica, il fenomeno degli impatti legati a quest’ultima con le turbine eoliche, è ancora poco studiato e poco discusso. Sebbene il numero di vittime causato dalle turbine eoliche sia minore rispetto ad altre centrali elettriche, non si possono trascurare i dati che oggi abbiamo a disposizione. Molte delle morti sono causate direttamente dall’impatto durante il volo degli uccelli o dei pipistrelli contro le pale delle turbine, ma oltre a questi numeri bisogna considerare anche i decessi indiretti che avvengono a causa delle infrastrutture legate a queste opere ingegneristiche, come per esempio le morti per folgorazione dovuto all’impatto contro le linee elettriche e la perdita e frammentazione di habitat per la riproduzione o per l’alimentazione a cause all’incremento della presenza umana ma anche di strade ed edifici annessi all’impianto.

Corpo di Capovavaccaio (Neophron percnopterus) raccolto dalla guardia civile in Spagna.

Siccome viene sfruttata la forza del vento, frequentemente le centrali eoliche sono posizionati in luoghi ben esposti, spesso su crinali di montagna; in Italia per esempio le aree più idonee risultano quelle sulla dorsale appenninica. Tuttavia queste aree spesso coincidono con zone fortemente naturalizzate o vicino a parchi e siti protetti, dove molte specie animali trovano rifugio dall’esponenziale colonizzazione umana.

Pale eoliche. Foto: Vjurlei

La disposizione delle aeroturbine, spesso posizionate lungo file compatte, forma inoltre una barriera in grado di frammentare ulteriormente gli ambienti naturali, separando potenziali territori di foraggiamento da aree di rifugio o dormitori degli animali ed ostacolando le rotte migratorie di molti uccelli. Questi nuovi ostacoli possono risultare fatali per molti uccelli, specialmente in condizioni meteo sfavorevoli con poca visibilità e vento forte, quando controllare la direzione di volo risulta difficile. Ricordiamo inoltre che molti uccelli migratori seguono rotte ben delimitate, definite da migliaia di anni di evoluzione. Interromperle bruscamente, con barriere di fatto anche poco visibili, pone questi animali in grande pericolo.

Molti degli studi che si trovano su questi temi sono stati condotti in California o in Spagna ed i dati raccolti contando i corpi di animali trovati mutilati sotto un limitato numero di aeroturbine. Mancano di conseguenza dati a lungo termine e moltiplicati per il numero di pale eoliche effettive, a cui si devono aggiungere gli ulteriori animali morti per cause secondarie precedentemente citate, ed i corpi asportati nella notte da altri animali opportunisti come per esempio le volpi o volutamente nascosti dagli addetti alla sorveglianza degli impianti.

Tra le specie che risultano più colpite dalle pale eoliche ci sono sicuramente l’aquila reale (Aquila chrysaetos) ed il grifone (Gyps fulvus), a cui si devono aggiungere molte specie di passeriformi migratori, alcuni anseriformi come l’oca lombarella (Anser albifrons) e la gru cenerina (Grus grus).

I numeri di animali morti che si trovano in rete appaiono bassi e poco significativi agli occhi di chi legge, ma è giusto sottolineare che per alcune specie, soprattutto parlando di grandi rapaci, anche la perdita di pochi individui risulta fatale per la loro conservazione. Stiamo infatti parlando di specie con un basso tasso riproduttivo; la maestosa aquila reale, regina indiscussa dei cieli, si riproduce una volta all’anno e spesso sopravvive solo uno tra i piccoli nati. Inoltre, per raggiungere l’età riproduttiva, questi animali impiegano dai 3 ad i 6 anni, dovendosi poi scegliere il partner con cui formeranno coppie stabili per tutta la vita. Il grifone, l’affascinante “spazzino” alato, soffre purtroppo degli stessi problemi. Ogni individuo risulta quindi fondamentale per mantenere vitali le popolazioni di queste specie, già vittime ingiustamente di altre attività umane come il bracconaggio, la cattura dei nidiacei per il commercio illegale e la perdita di habitat.

Grifoni(Gyps fulvus) che volano in mezzo ad un parco eolico in Gibilterra.

Anche i pipistrelli, nostri alleati per il contenimento delle fastidiose zanzare, sono purtroppo vittime di queste nuove fabbriche energetiche “green”, specialmente se posizionate lungo le loro tratte migratorie, nei loro siti di caccia, in quelli estivi di riproduzione e in quelli di ibernazione invernale.  

 In Italia, la maggior concentrazione di parchi eolici li troviamo nelle regioni del sud, mentre in Emilia Romagna, vicino a noi, contiamo un totale di 26 aereogeneratori divisi tra un parco eolico a San Benedetto di Sambro ed un altro a Casoni di Romagna, ambedue in provincia di Bologna. Ad oggi si sta discutendo molto sul creare un parco eolico nel mare adriatico, composto da 56 aereogeneratori, disposti a circa 20 km dalle coste della riviera riminese. Il cuore del dibattito tra i favorevoli ed i contrari, non contempla mai gli impatti che queste enormi opere ingegneristiche hanno sulla fauna selvatica, ma si limitano a ridurre il problema ad una pura questione di impatto estetico per l’uomo.

Ma cosa possiamo fare?

Abbandonare i combustibili fossili e trovare fonti di energia differenti è fondamentale per preservare il nostro pianeta e tutte le specie che ci vivono. Tuttavia la costruzione di questi impianti deve obbligatoriamente tenere conto di questi allarmanti impatti, scegliendo i siti dove localizzarle in ambienti già degradati, e comunque non importanti per le più varie specie animali, dando priorità massima alle specie di interesse comunitario, già in pericolo di estinzione. Incrementare gli studi sia preliminari (individuazione delle rotte migratorie lungo le quali non vanno costruite impianti, anche offshore) che successivi alla nascita degli impianti diventa fondamentale per limitare al minimo gli impatti. Alcuni studi suggeriscono che dipingere alcune pale di nero, o cambiare la disposizione delle turbine evitando di creare insormontabili barriere, possa diminuire il rischio per le specie sopra citate. Alcuni ricercatori della “The Peregrine Fund” stanno ottimizzando un sistema di riduzione automatizzata delle attività delle diverse pale eoliche, dopo il rilevamento mediante telecamere di animali in avvicinamento, minimizzando in questo modo i potenziali scontri.

La conservazione e tutela della biodiversità devono diventare temi prioritari se ci si vuole veramente dirigere verso un mondo sostenibile, dove l’uomo non è più il solo protagonista, ma è all’interno di un quadro più ampio; un quadro a mio parere, molto più bello da guardare.

Fonti

  1. Articolo confronto incidenti pale eoliche ed altre centrali
  2. Articolo sulla riduzione automatizzata delle pale eoliche:
  3. Effect of wind farms on bird. R.H.W. Langston & J.D. Pullan, RSPB/BirdLife
  4. EU Guidance on wind energy development in accordance with the EU nature legislation

Contributi

Grazie al contributo di Guido Ceccolini, ornitologo, direttore del CERM (Centro Rapaci Minacciati), dal 1974 impegnato in progetti di conservazione della natura, che ha fornito anche il materiale bibliografico e fotografico.

Eleonora Tomasini

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