La pianura nel pleistocene
La pianura nel pleistocene

La pianura nel pleistocene

Campi, città, industrie e autostrade, ma anche boschi e zone umide: non è un segreto che la Pianura Padana sia per la maggior parte dedicata alle attività umane e che ormai l’attributo ‘selvaggia’ non le si addica più da qualche secolo. Anzi, sono probabilmente pochi quelli che si pongono questo problema, forse proprio perché la natura, in pianura, sembra ormai un’estranea e non la si riconosce a meno di cercarla bene.            
Veri e propri relitti di natura tra gli elementi urbani, resistono numerose aree protette e oasi che lottano per conservare la ricchezza naturalistica della piana alluvionale del Po.         
In questi luoghi è possibile trovare un gran numero di specie animali e vegetali differenti. Tale ricchezza, traducibile nel concetto di ‘biodiversità’, è una caratteristica essenziale di un ambiente ed è la sua principale risorsa e difesa. In termini semplici, un habitat biodiverso sarà poco vulnerabile e sarà in grado di riprendersi velocemente dopo essere stato danneggiato. Le zone protette della pianura costituiscono inoltre aree rifugio e tappe per le numerose specie stanziali e migratrici che non riuscirebbero a superare in altro modo ambienti pesantemente urbanizzati, sono quindi considerate corridoi ecologici importantissimi.
Qui è ancora possibile avere un assaggio del potenziale della nostra pianura, è un ‘boccone’ che provano in pochi ma che lascia sempre il sapore di selvaggio. Noi di Divulgatura ci stiamo rifornendo di ‘cucchiaini’ e spero che il racconto di oggi vi stuzzichi l’appetito e renda giustizia alla nostra bassa.

Zona umida nella pianura bolognese, foto: Lorenzo Cocchi


Le piccole zone umide e le porzioni di bosco che oggi punteggiano la pianura, isolate in un mare di coltivazioni, un tempo la ricoprivano interamente: erano lo sfondo rigoglioso e selvaggio di scontri tra predatori ed enormi prede.        
A tale proposito, è in pubblicazione sulla rivista Quaternary International la descrizione, ad opera di Davide Persico, di una porzione di mandibola di leone delle caverne (Panthera spelaea intermedia) rinvenuta nel cremonese.
Un’occasione d’oro per ricordare che il luogo in cui viviamo ha visto alternarsi un’incredibile diversità naturale e ne conserva ancora le tracce.



Il fossile costituito dall’emimandibola destra. Immagine da: Davide Persico, Quaternary International, https://doi.org/10.1016/j.quaint.2021.02.029

Il fossile, trovato nel 2017, costituisce la prima prova della presenza di questa sottospecie nella pianura padana, durante il tardo Pleistocene. Il periodo in questione è piuttosto ampio e spazia da 120mila fino a 12mila anni fa circa. È il finale di stagione dell’epoca pleistocenica, con tanto di arrivo dell’inverno, ed è il periodo in cui H. sapiens mise piede per la prima volta in Europa.

Guardando dall’alto lo stivale e premendo il tasto ‘avanti veloce’ potremmo osservare l’ultima grande glaciazione (chiamata Wurmiana) in timelapse: a causa del graduale abbassarsi delle temperature, le masse di neve e ghiaccio pulsano, contraendosi ed espandendosi ciclicamente fino a coprire tutto il nord Italia, arrivando in prossimità del margine meridionale delle alpi. L’acqua viene trattenuta nei ghiacciai e si sottrae a quella disponibile in mare, con periodiche fluttuazioni. Nel momento di massima regressione marina un’ampia porzione del mare Adriatico era emersa e solcata da fiumi: la pianura arrivava fino all’Abruzzo!

Animazione che mostra lo sviluppo delle masse di ghiaccio tra 120 e 12 mila anni fa, il picco di massima estensione si ebbe 24 mila anni fa, si intravede anche una porzione di Mar Adriatico.

In centomila anni il clima della pianura mutò lentamente dal caldo al freddo. Lo stesso fece la vegetazione: le specie tipiche dei climi caldi furono sempre meno diffuse, viceversa quelle tolleranti verso temperature più rigide poterono prosperare e diffondersi. Le foreste di latifoglie furono lentamente sostituite da una steppa mista a taiga: praterie di graminacee intervallate da grandi foreste di pino e abete rosso.

Il valore del deposito in cui è stato scoperto il campione è di aver mantenuto numerosi fossili di erbivori e carnivori sia adattati a climi caldi sia a quelli glaciali, presumibilmente coevi o quasi. Studiando le caratteristiche dei fossili e delle rocce in cui sono stati trovati è possibile ricostruire l’ambiente del passato (ricostruzione paleo-ambientale). Possiamo quindi figurarci un’immagine della pianura in una fase di transizione climatica: attraversata da faune con caratteristiche e adattamenti piuttosto diversi, che in alcuni casi si incontrarono in un ambiente in mutamento.

Ricostruzione artistica del leone delle caverne del Po ad opera di Emiliano Troco, dall’articolo di Davide Persico, Quaternary International, https://doi.org/10.1016/j.quaint.2021.02.029

Di seguito un elenco dei protagonisti più iconici della pianura padana e delle zone ad essa adiacenti, nel tardo Pleistocene,

Scorri sul nome per qualche informazione in più!

Neandertal e Homo sapiens

Leone delle caverne (Panthera spelaea);

Leopardo (Panthera pardus);

Rinoceronte di Merck (Stephanorhinus kirchbergensis);

Orso delle caverne (Ursus spelaeus);

Orso bruno (Ursus arctos);

Bisonte delle steppe (Bison priscus);

Mammuth lanoso (Mammuthus primigenius);

Rinoceronte lanoso (Coelodonta antiquitatis);

Megalocero (Megaloceros giganteus)

Sebbene molte di queste specie oggi siano completamente estinte, alcune sono arrivate al presente assieme a noi, tra queste ci sono il lupo, la volpe, cervi, daini e caprioli, animali che in molti casi ricominciano ad affacciarsi sulla pianura.

Il clima è sempre cambiato, e ha sempre determinato profondi mutamenti nell’ambiente. Se nel tardo Pleistocene furono i movimenti dell’asse e dell’orbita terrestre a causare la grande glaciazione Wurmiana, oggi il riscaldamento globale è frutto delle emissioni di CO₂ dovute alle attività umane. La conseguenza della situazione nella quale ci troviamo è che l’ambiente non riesce a sostenere il ritmo di questo disastroso cambiamento.

Se ho stuzzicato la vostra curiosità vi invito a visitare i musei del territorio e vi consiglio una lettura leggera e divertente.

Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po (Cremona) che ospita il fossile oggetto dello studio nonché la più grande collezione di fauna della piana del Po in Italia;

Museo G. Capellini di Bologna

Museo di paleontologia dell’Università di Modena e Reggio-Emilia (in ristrutturazione ma visitabile online)

Museo P. Leonardi di Ferrara (chiuso per restauro ma visitabile online)

Museo civico di Scienze Naturali di Faenza

Lettura consigliata – ‘Il più grande uomo scimmia del Pleistocene’ di Roy Lewis – una commedia che racconta la storia di una famiglia di H. sapiens alle prese con la selezione naturale e gli albori della tecnologia.

Fonti

C., Meloro, P., Raia, et al. (2008). Diversity and turnover of Plio-Pleistocene large mammal fauna from the Italian Peninsula, Pal. Pal. Pal. 268, 58–64.

Davide Persico, Quaternary International, https://doi.org/10.1016/j.quaint.2021.02.029

J., Seguinot, S., Ivy-Ochs, et al. (2018). Modelling last glacial cycle ice dynamics in the Alps, TC, 12, 3265–3285.

Uno speciale ringraziamento va a Davide Persico per aver messo a disposizione il testo e le immagini dell’articolo.

Lorenzo Cocchi

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