Il Siluro d’Europa
Il Siluro d’Europa

Il Siluro d’Europa

Appartenente alla famiglia dei siluridae (Silurus glanis), questo grande pesce osseo, originario del bacino del Danubio, si è imposto da decenni nel tratto del fiume Po e, purtroppo, anche in altri fiumi e laghi transappenninici.

Area di distribuzione: In rosso le zone dove il siluro è presente in natura. In arancio le zone dove è stato introdotto.

In Italia non è una specie autoctona in quanto la sua zona d’origine è l’est-centro Europa, a sud fino al nord della Grecia e della Turchia. A nord fino alla parte meridionale della Danimarca, Svezia e Finlandia, mentre a ovest è presente in Germania, Austria e parte della Svizzera. Presente anche in Gran Bretagna con popolazioni tutto sommato rade e di piccole dimensioni.

È un pesce che si adatta a qualsiasi corso d’acqua, fatte eccezione per le acque troppo fredde delle regioni montane, e le sue abitudini alimentari possono dirsi variegate. Quando è ancora giovane preferisce nutrirsi di invertebrati e piccoli molluschi, poi la dieta cambia indirizzandosi verso le altre specie ittiche. Si narra che grossi siluri abbiano attaccato- forse anche mangiato?- piccoli anatidi o topolini.

Morfologicamente simile al pesce gatto (Ictalurus melas) si differenzia, oltre che per le dimensioni, per le tre paia di barbigli, il corpo massiccio all’apice che via via si rastrema, appiattendosi, verso la coda. Le pinne sono: a delta quella caudale, sottodimensionata quella dorsale, mentre le pettorali sono a ventaglio . La pinna anale, subito dietro alle due ventrali, è lunga e sinuosa ricordando quella dell’anguilla.

Nella bassa pianura padana l’introduzione è avvenuta per mano umana a scopo ricreativo (pesca sportiva), attorno agli anni 50.

Qui il siluro ha trovato le condizioni ideali per acclimatarsi e prosperare in numero e dimensioni nutrendosi delle popolazioni ittiche endemiche tipiche del bacino del Po, già indebolite dal degrado del loro habitat.

Ciprinidi come la Tinca, la Scardola, il Barbo o il Pigo si sono molto rarefatti.  E così è successo per predatori quali il Luccio, la rara trota di fiume e l’ancor più raro storione cobice.

Come detto, il siluro non è l’unico responsabile del declino della nostra fauna ittica. L’antropizzazione massiccia della Pianura Padana, con la sua agricoltura intensiva e iper fertilizzata, le sue industrie, i milioni di tonnellate di rifiuti e veleni prodotti all’anno, le zone di territorio sempre meno naturali e sempre più modificate da mano umana (vedi dighe senza scalette di risalita per pesci migratori) hanno portato a un assottigliamento consistente della biodiversità acquatica.

Silurus glanis foto di G.Mazza

E non solo i pesci ne hanno pagato il prezzo.

Perciò sì: il siluro è un problema nel problema che in un qualche modo deve essere tenuto sotto controllo, ma come mi ripeto spesso: “Di chi è la mano fautrice che ha dato il via a tutto?” Il contrasto alla diffusione di questa specie è difficoltoso a causa della sua notevole distribuzione in molti corsi d’acqua del bacino del Po, alle diverse condizioni climatiche rispetto la zona d’origine (temperature più alte consentono un accrescimento più veloce) e all’assenza di competitori.

Il siluro è in cima alla piramide alimentare e anche se qualche decennio fa si è cercato di contrastarlo inserendo nelle acque il Lucioperca, pare proprio che questa manovra non abbia avuto successo.

Anche con la pesca sportiva si è tentato di eradicarlo ma, ovviamente, l’impresa non è sempre facile un po’ per la diffidenza che ormai la specie mostra nei confronti delle esche presentategli- non dimentichiamo che è dagli anni ’50 che è stanziale nei nostri fiumi- un pò per le norme che definiscono il siluro specie da eliminare ma che non forniscono, o non fornivano, indicazioni sicure su dove smaltire il pescato.

Negli anni scorsi voci raccolte lungo le rive narravano che i pescatori non sapevano come liberarsi di un pesce spesso di notevoli dimensioni. Lasciare animali morti sul terreno è vietato così come rigettarlo in acqua morto.

A quanto sembra, fino a qualche anno fa (2007-2008) smaltitori appositi o centri di stoccaggio non ne esistevano quindi la matassa da sbrogliare non era  semplice. Quest’oggi, invece, pare che le province interessate al problema si stiano attrezzando con infrastrutture dedicate a questo scopo.

Inoltre associazioni di pescatori, forze dell’ordine, guardie ambientali e le stesse amministrazioni sono impegnate, da anni, al contrasto della così detta “mafia fluviale”. Altro non è che associazioni che dal 2005 fanno scempio, grazie all’utilizzo di elettro-storditori, sostanze chimiche e grandi reti della già impoverita biodiversità del bacino del Po.

https://www.fipsas.it/news/4402-rovigo-sgominata-rete-del-bracconaggio-ittico?highlight=WyJzaWx1cm8iXQ==

Nei link vi sono diverse immagini che valgono più di mille parole.

E, come spesso capita, alla miseria ambientale (creata dall’uomo) si unisce la miseria, l’ignavia etica e quindi la voglia di profitto facile della razza umana.

Simone Balboni

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