La sfida delle cicogne modenesi
La sfida delle cicogne modenesi

La sfida delle cicogne modenesi

-L’Oasi di San Matteo-

In provincia di Modena, nel comprensorio del comune di Medolla, esiste una gran bella realtà. Si tratta di un’area di riequilibrio ecologico; un’oasi di pace e verde incastrata in un contesto fortemente antropizzato, circondata da campi e frutteti a monocoltura intensiva.

(https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/parchi-natura2000/aree-protette/are/aremo04)

Venne fondata da Daniele Tassi (tutt’ora presidente dell’Odv) e Franco Pivetti nell’anno 2002 sostenuti dall’amministrazione comunale di Medolla, da tante persone volenterose e da attività ricreative/conviviali improntate all’auto finanziamento. Purtroppo, dall’inizio dell’emergenza pandemica, questo tipo di socializzazione è stata drasticamente ridotta. L’area, di circa 4 ettari, era un tempo sfruttata come cava di argilla.Come spesso accade in pianura padana, gli scavi arrivarono a portare in superficie l’acqua di falda e perciò lo scopo estrattivo venne meno. Anni dopo, il laghetto così formatosi venne bonificato dalla quantità di residui plastici riversati in modo sconsiderato nel corso degli anni precedenti.


Il laghetto dell’oasi (Foto: Sulpanaro.net)

Le donne e gli uomini dell’associazione “Le Cicogne” lavorarono sodo, e tutt’ora lo fanno, per ripulire la zona dal materiale inquinante. Lo specchio d’acqua ospita carpe e altre specie ittiche ma anche, purtroppo, gamberi della Louisiana (alloctoni) e tartarughe del genere Trachemys (alloctone) rilasciati da ignoti responsabili. Nonostante la presenza di queste specie invasive, i ragazzi dell’associazione hanno “un’arma segreta” che li aiuta a mantenere l’oasi quel piccolo paradiso che è. E l’arma segreta è proprio la cicogna bianca.

Eccoci qui! (Foto: Simone Balboni)

-Parole d’ordine: Cicogne, didattica e biodiversità-

Il visitatore, già dall’entrata, capisce che il luogo è speciale. Se la visita avviene in primavera è facile che gli venga dato il benvenuto dallo schioccar di becco (Bill clattering) (https://www.youtube.com/watch?v=PcrTW1fh6WA&ab_channel=screenshot) delle cicogne che hanno formato coppia. Ed ecco la prima, sicuramente più importante, parola d’ordine! Ed è prorpio la presenza di questo animale il valore aggiunto dell’area!

-Mi presento: Sono la cicogna bianca-

La cicogna bianca (Ciconia ciconia) è un uccello inconfondibile. Le dimensioni sono imponenti. Il piumaggio è candido a eccezione del nero che colora le penne remiganti delle ali. Becco e zampe sono di un colore rosso aranciato negli adulti. Gli esemplari giovani, non involati, presentano una colorazione nerastra sulle zampe e sul becco. I giovani già in grado di volare, invece, presentano zampe di una colorazione rossa ma più pallida rispetto al becco che è di un rosso più carico.

Uccello migratore, svernante irregolare, la sua rotta dall’Europa all’Africa e all’Asia minore attraversa ancora i cieli italiani, ma la vera sfida de “Le cicogne” è stata e tutt’ora è un’altra: far si che questi splendidi trampolieri ritornassero a nidificare in zona e ad essere stanziali.

Preparandosi per il lieto evento (Foto:Simone Balboni)

È notizia di questi giorni che una coppia di esemplari ha nidificato al di fuori dell’area. (https://www.modenatoday.it/social/coppia-cicogne-bianche-nidifica-fuori-oasi-medolla.html) Certo non si è distanziata tanto, ma questo denota che il progetto di ripopolamento sta andando bene. Infatti è sicuro che la coppia nidificante sia composta da due esemplari che sono partiti da Medolla l’autunno scorso e sono tornati nel paese emiliano ora.

-Cicogne come simbolo di fedeltà-

Perché questo fanno: ritornano fedelmente sempre nello stesso luogo e sempre nello stesso nido ove sono nati. Spesso per decenni. Le coppie, monogame per tutta la vita, depongono le uova nel tempo che va tra marzo e aprile. Dopo gli accoppiamenti vengono deposte da una a sei uova a distanza di un giorno, ma la cova inizia dal primo uovo deposto. Le uova si schiudono quindi in giorni successivi, e nel nido i fratelli grandi convivono con i più piccoli, destinati a non sopravvivere in caso di maltempo o scarsità di cibo. È una strategia per potersi assicurare che in ogni caso ci sia almeno un discendente. La socialità è importante e infatti le cicogne si riuniscono in colonie composte da più esemplari. Per tener salda e far crescere la coesione e la pace nel gruppo, le cicogne che fanno ritorno ai rispettivi nidi si producono nel già citato “Bill clattering” un suono che è uno sbattere di becco secco e ben udibile. La manifestazione più bella di questa pratica è quella che avviene tra i due membri di una coppia stabile che si riuniscono salutandosi rumoreggiando e rovesciando completamente all’indietro la testa!

Ci salutiamo con molto trasporto! (Foto: biodiversipedia.pbworks.com)

Il progetto dell’associazione “Le Cicogne” prevede che una parte dei nidi sia in voliera. Questo accorgimento è una sorta di condizionamento indotto per far si che gli esemplari più giovani nidifichino e si riproducano lì. Una volta liberi, ci sarà certezza del fatto che ricorderanno il luogo della loro nascita e, perciò, torneranno a nidificare proprio nel luogo che ha dato loro i natali. Daltronde posseggono un ottimo GPS interno. Benché sia un migratore, vi sono comunque esemplari stanziali. È noto, infatti, che la cicogna stazioni stabilmente nei luoghi più ricchi di cibo e non è semplicemente l’arrivo dell’inverno in Europa che le spinge a spostarsi in paesi più caldi bensì la carenza di cibo, fisiologica e normale con l’arrivo della stagione più fredda. L’oasi di San Matteo, come tante di quelle nate in altre ex cave, prospera proprio grazie alla zona umida rappresentata dal laghetto. Qui le cicogne trovano di che nutrirsi e la loro azione contribuisce, in un certo qual modo, a calmierare la proliferazione di Trachemys scripta e Trachemys elegans le “tartarughine” che si vincono alle sagre di paese e che poi vengono abbandonate in stagni canali e fossi dai proprietari stanchi di prendersene cura.

Le tartarughe scivolatrici americane sono una specie alloctona invasiva molto adattabile, così come lo è il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii). Immettere questi organismi in natura è illegale e costituisce reato contro l’ambiente e la biodiversità.

-Ancora due gemme (e anche qualcuna in più) dell’oasi: didattica e biodiversità

L’Associazione “Le Cicogne” è multitasking dedicandosi anche alla didattica e a tante altre attività riguardanti la biodiversità e la sua importanza.

Maestro albero è vecchio e saggio. Amico dei bimbi, accoglie le scolaresche felici di imparare i segreti della natura. (Foto: Simone Balboni)

Nell’area, infatti, esiste un’aula a pianta ottagonale che richiama la forma dei noti “Barchessoni” situati nelle valli di Mirandola sotto il comune di San Martino Spino. Oltre alla struttura in muratura, attrezzata per ospitare le scolaresche, avviene anche una forma di educazione esperienziale all’aperto chiamata “outdoor education”. Sotto la chioma di “Maestro albero” e accompagnati nel percorso dalla preparatissima Elisa Tavernari i ragazzi possono imparare a riconoscere le differenze tra albero ed albero, ammirare l’attività delle api e dell’apicoltore, spesso presente al centro, imparare a piantare piante ed essenze tipiche della zona e familiarizzare con gli animali. Come non citare quindi la pet therapy e l’orto terapia? Due attività che si affiancano e completano a vicenda. Un percorso utile per quei ragazzi meno fortunati che qui possono trovare quella serenità e pace di cui hanno bisogno. Nel link sono elencate tutte le attività proposte dall’associazione! Ci sono anche bellissime foto!(http://www.associazionelecicogne.it/)

Altri angoli sparsi nei 4 ettari costituiscono piccoli spots per conoscere quanto importante è la presenza di diverse specie animali e vegetali in un territorio.Si può quindi visitare l’area dedicata alle api, al loro allevamento e cura e come questi importantissimi insetti ottengono i loro buonissimi prodotti. Nel praticello pieno di verde e fiori sono state posizionate arnie sperimentali, alcune delle quali dalle fattezze non comuni. Si potrà quindi conoscere il “bugno”, “l’arnia cattedrale” e anche l’arnia razionale; quella che siamo abituati a vedere ai bordi dei prati.

Arnia cattedrale. Forma insolita ma massimo comfort. Qui le api che la abitano, hanno la possibilità di creare un favo più vicino, come forma ed organizzazione delle cellette, a quelli che si troverebbero in natura. (Foto: Simone Balboni)

I progetti in divenire sono tanti, tra i quali c’è la “zona acquari” dove verranno ospitati alcuni dei pesci che erano comuni nei nostri fiumi (è già presente uno storione), un’area didattica dedicata alle formiche del genere Camponotus vagus e ai loro formicai, ai favi che si possono trovare talvolta in natura di api, vespe e calabroni e, ovviamente, una zona dedicata alle farfalle. Non vengono tralasciati neppure gli antichi mestieri come l’allevamento del baco da seta (Bombyx mori o bombice del gelso) e, di conseguenza, la piantumazione del gelso bianco (Morus alba) albero che fornisce, con le sue foglie, il cibo per il bruco. Dal bozzolo a forma ovoidale che il vermicello crea per trasformarsi in falena, si otteneva la materia prima per i tessuti prodotti con questo filato.

Leggere per piacere; per conoscere; per sensibilizzarsi e divulgare. (Foto:Simone Balboni)

Per gli amanti della lettura, esiste anche una casetta per il bookcrossing, interamente costruita dai volontari, ove ci si può scambiare libri lasciandone uno in cambio. Insomma: un luogo da visitare assolutamente e da sostenere anche associandosi o donando il proprio 5 X mille! Un posto per una umanità attenta e sensibile, che ama ancora stupirsi ed apprezza gli sforzi di persone dedite alla conservazione della nostra bella ma tartassata natura. Per concludere: mi auguro che al più presto si riconosca, da parte di chi di dovere, che l’ambiente, la sua gestione e conservazione sono un impegno non indifferente. Un lavoro a tutti gli effetti che ha bisogno di volontariato e di figure professionali. Persone, queste ultime, che troppo spesso non vedono adeguatamente riconosciute le loro competenze e gli anni di studio ed esperienza dedicati alla cura del territorio.

Simone Balboni

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