2 Febbraio 2021: giornata delle zone umide
2 Febbraio 2021: giornata delle zone umide

2 Febbraio 2021: giornata delle zone umide

50 anni della convenzione di Ramsar: la giornata dedicata alle zone umide

Sicuramente meno romantica della giornata dell’amore e probabilmente anche meno famosa della giornata del gatto, il 2 febbraio si celebra, tuttavia, una importante ricorrenza internazionale che proprio nel 2021 celebra i suoi primi 50 anni: la giornata delle zone umide.

Le zone umide come stagni, paludi, torbiere e bacini naturali o artificiali con acqua stagnante o corrente, permanenti o temporanei, sono dei veri e propri scrigni di biodiversità; e non solo!

Foto: Ivan Gallini

Resosi conto della loro importanza, più di 170 paesi nel mondo si sono riuniti nella città iraniana di Ramsar il 2 febbraio 1971, per firmare l’omonima convenzione, la quale prende ufficialmente il nome di Convenzione sulle zone umide di importanza internazionale. Fu la prima volta che tutte le nazioni del mondo si riunirono per parlare di ambiente; un evento straordinario. Straordinario come è il valore delle zone umide per il nostro pianeta.

Difatti questi ecosistemi, spesso discriminati o addirittura ignorati, sono i più efficaci serbatoi di carbonio della Terra, immagazzinando il doppio della CO2 rispetto alle foreste, portando quindi un contributo fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici. Oltre a questo, le zone descritte come umide forniscono altri importanti servizi ecosistemici, alcuni dei quali facilmente quantificabili in termini di guadagno effettivo, per esempio sono fonti di acqua dolce che viene utilizzata per l’irrigazione dei campi agricoli. Si stima infatti che circa il 70% di tutta l’acqua utilizzata per l’agricoltura derivi da zone umide. In territori sempre più inquinati e cementificati come la nostra zona di pianura, queste aree forniscono inoltre un vero e proprio aiuto contro il pericolo di inondazioni; permettendo l’assorbimento delle acque piovane e quindi il contenimento delle alluvioni, fenomeni purtroppo sempre più frequenti.

Svassi maggiori (Podiceps cristatus) e cormorano (Phalacrocorax carbo) in canneto. Foto: Paolo Taranto di Fotografia naturalistica.

Ultimo, ma non per importanza, è il ruolo che queste zone giocano nel mantenimento della biodiversità. In queste aree sono molte le specie che vi trovano rifugio ed altre ancora che le usano come siti riproduttivi. Gli animali più emblematici che ci vengono in mente sono sicuramente gli uccelli, molti dei quali usano queste aree come zona di sosta durante le loro migrazioni, per foraggiarsi e ripartire con i loro lunghi voli migratori, come per esempio i bellissimi gruccioni (Merops apiaster) o la colorata ghiandaia marina (Coracias garrulus). Altri uccelli invece come i germani reali (Anas platyrhynchos) o le gallinelle d’acqua (Gallinula chloropus) sono stanziali, ed utilizzano queste aree tutto l’anno le quali si riempiono di colori e suoni sempre diversi in base alla stagione.

Ma oltre agli uccelli, in queste aree trovano rifugio anche altre specie tra cui pesci, rettili, anfibi ed insetti, classi di animali fortemente minacciate, specialmente nelle nostre zone, laddove il cemento monopolizza la visuale. Nell’ultimo secolo si calcola che abbiamo perso il 64% delle zone umide, e con queste sono incrementate le specie animali e vegetali a rischio di estinzione o gravemente minacciate, che non hanno più trovato gli habitat ideali per sopravvivere. Molte di queste zone vengono considerate non produttive e, complice di un retaggio storico che collega queste aree al propagarsi della malaria, da bonificare ed eliminare. Laddove queste non vengono bonificate per far spazio ad una agricoltura intensiva sempre più soffocante, spesso vengono degradate tramite l’utilizzo massiccio e, successivo scarico, di pesticidi ed altri agenti inquinanti che ne alterano i delicati equilibri chimici. Bisogna tenere conto anche della forte invasione di specie aliene, un po’ per fughe spontanee, un po’ per liberazioni illegali, come le tartarughe americane (Trachemys scripta), il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii) o la più conosciuta nutria (Myocastor coypus) che ad oggi colonizzano le zone umide della nostra area, togliendo ulteriore habitat e risorse alle specie autoctone.

Nutria (Myocastor coypus). Foto: Ivan Gallini

La bassa pianura modenese è notoriamente una pianura alluvionale, terre dove molto tempo fa si alternavano zone dominate da boschi di querce e carpini a paludi e torbiere. La nostra storia agricola racconta di terreni pieni di maceri, risaie e marcite, ai quali si affiancavano a stagni e paludi naturali; queste erano ricche risorse di cibo come pesci, rane ed uccelli da cacciagione per l’uomo che quasi come se fosse un’altra specie rispetto a quella odierna, sembrava aver trovato una convivenza più sana con le altre specie. Ad oggi molte di queste zone sono scomparse, complici di una corsa all’asfalto ed allo sfruttamento delle risorse insostenibile, tuttavia alcune aree sono rimaste e vengono tutelate o a livello regionale tramite la denominazione ad aree di riequilibrio ecologico o comunitario grazie alla rete NATURA 2000 che protegge anche le zone umide.

Consigliamo di visitare alcune di queste aree:

Molte ed altre di queste aree sono inserite nel GIAPP (Gestione Integrata Aree Protette di Pianura), una convenzione di 22 comuni della provincia di Modena, Ferrara e Bologna, che ha l’obiettivo di gestire in modo coordinato le aree di interesse naturalistico della pianura.

Eleonora Tomasini

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